Nel momento in cui affronto una parola così complessa e ricca di contesti come “consenso”, inizio sempre con l’affrontare la situazione à la Kundera partendo dall’etimologia del termine.

“Sentire assieme” è la traduzione letterale dal latino, e trovo si adatti perfettamente al kinbaku e al consenso in questa pratica. Un anno fa mi feci legare per la prima volta in modo casuale da una persona che non conoscevo minimamente, e capii immediatamente l’errore che avevo commesso. Non avevo intuito che per me non sarebbe mai potuta essere una pratica casuale e che avrei dovuto scegliere accuratamente le persone con cui lo avrei fatto. Non in base al loro grado di esperienza, ma in base a quanto e a cosa avrei voluto “sentire assieme” a loro. Quanto e cosa sarei stata disposta a mostrare e a guardare, a dare e assorbire.

Non voglio affrontare il discorso tanto dal punto di vista del permesso e dei protocolli (argomenti che è giusto si affrontino con l’altra persona); quanto da quello emotivo.

Con-senso è com-passione per il mio kinbaku. È la volontà di partecipare ed essere coinvolti nel dolore altrui, sia da parte di chi lega che da chi è legato. È questo a cui io e te acconsentiamo. In quel momento siamo pronti ad entrare l’uno nel dolore dell’altro, io mi sto dando a te e tu ti stai dando a me.

Non mi sono mai sentita in pericolo di danno fisico finora, proprio perché mi fido delle persone da cui mi faccio legare, conoscono me e conoscono le mie peculiarità.

Mi è capitato più volte invece di non fidarmi di me stessa, di non riuscire a capire se in quel momento volevo sentire l’altro e di sentirmi pericolosa. Mi è capitato essere in uno stato mentale estremamente fragile, di pensare addirittura che avrei voluto essere dall’altra parte d’Italia e nonostante questo di fidarmi dell’abbraccio di quelle corde e di quella persona, perché essere portata oltre il limite di stabilità mentale e di singhiozzare talmente tanto da sporcare il tatami era quello di cui avevo bisogno. Mi sono sentita in colpa dopo questo particolare episodio, addirittura di aver violato il consenso dell’altro. Forse non voleva provocarmi questa reazione? Forse mi sono approfittata dell’emotività delle corde, sono stata irresponsabile, avrei potuto mettere in pericolo me e l’altra persona? Forse non voleva vedere la mia vulnerabilità? Non avevo capito che è proprio il con-senso che cercano anche le altre persone.

Mi è anche capitato di fidarmi di me stessa e di trovarmi in una situazione in cui non volevo essere, in cui il con-senso era venuto meno da parte mia e di guardare una persona da un punto di vista dal quale non avrei voluto mai vederla. Più che i danni fisici per me sono letali quelli psicologici, i danni che si nascondono per lunghi archi di tempo avvelenando la fiducia e che riaffiorano ingigantiti inaspettatamente, minando quell’intesa che si era creata col rischio di rendere la situazione irrecuperabile. Il con-senso non esiste solo nel “rope-space”.

Il con-senso deve esistere prima, durante e dopo; devo poter essere in grado di sentirmi tutelata e accettata da una persona che ha deciso di regalarmi un’emozione, sia essa positiva o negativa, in qualsiasi momento.

Il con-senso è ascoltarsi prima di tutto. Il kinbaku mi ha insegnato a pretendere sincerità e responsabilità soprattutto da me stessa, di accettare anche il fatto che non sempre sono disposta ad aprirmi o ad accogliere l’altro. Che non c’è nulla di sbagliato nel volere una cosa un giorno ed il giorno dopo volere il contrario, e che come può capitare a me può capitare anche dall’altra parte.

Angieis Fragilis