Quando mi sono avvicinata al bondage, acconsentivo ad essere legata in maniera abbastanza incosciente.

Ero molto incuriosita dalla pratica e quindi accettavo facilmente la proposta di essere legata da parte di chiunque si mostrasse desideroso di farlo.

Non avevo motivo di temere gravi scorrettezze, perché limitavo l’esperienza a luoghi adibiti allo scopo, frequentati da tante persone a cui non sarebbe passato inosservato un gesto inopportuno. Credevo, infatti, di non nutrire particolari esigenze all’infuori del rispetto più basilare… e che riuscire ad arrendermi alle corde fosse sufficiente per il mio spirito.

Nel tempo però ho sviluppato maggiori aspettative e ho rivalutato il mio consenso.

Il desiderio, adesso, è quello di riuscire ad arrendermi alla persona che mi lega, non alle corde.

Ecco perché per me è motivo di insofferenza essere legata e accorgermi di non essere al primo posto nel pensiero di chi mi sta legando, fosse una sessione o anche soltanto un esercizio.

Quanto è frustrante riscaldarsi per qualcuno, comunicargli la necessità di essere tranquillizzata nel corso della legatura, cercare di essere aperta ai suoi eventuali messaggi, e constatare poi che quel qualcuno non ti guarda mai in viso né presta orecchio al tuo affanno, perché magari (il più delle volte) è totalmente assorbito dall’aspetto tecnico delle corde e non ti concede attenzione né tempo?

Ha senso acconsentire ad un sentimento di frustrazione? In funzione di cosa? Di poter partecipare ad un evento e farsi così conoscere da altri? Di poter postare sui social network una foto della legatura e così apparire forse appetibile per altri?

Il mio consenso ad essere legata è dato a chi mi lega, anzitutto.

È dalla persona che mi lega che mi aspetto cura, comunicazione e dono di sensazioni o di un’emozione: non da una circostanza festosa, da un luogo alla moda o da terzi che osservino.

Allora ne consegue che quella persona così centrale per me, a cui do il mio consenso, dev’essere adatta a me, cioè deve avere le caratteristiche che mi permettano di affidarmi ad essa in maniera autentica.

Quando so che chi mi vuole legare non ha prestabilito niente, che è aperto ad infinite possibilità, che è alla ricerca di qualcosa da provare insieme a me, e che quindi sono al primo posto nel suo pensiero mentre mi lega, allora parte importante della mia fiducia, del mio ascolto e della mia obbedienza è già conquistata.

Nevia