Pensandoci, non ho mai espressamente negoziato limiti o consensi, quindi probabilmente i puristi mi diranno che non posso sostenere che il mio consenso sia mai stato violato.

E boh, forse hanno ragione. O magari no.

Solitamente prima di pormi il problema di cosa possa essere un limite, cerco di capire cosa vuole l’altra persona, dove vuole andare a parare. cosa per lui è “normale” ottenere. anche perché non credo abbia molto senso partire a elencare limiti e similari senza neanche sapere cosa l’altro vuole… lo trovo una perdita di tempo.

Che poi, non mi piace parlare di “limiti”. Troppo secco, inamovibile. preferisco considerarli paletti. I paletti si spostano più facilmente, magari quello che oggi è no, domani è sì. E viceversa, perché capita anche quello. la giornata storta, il treno perso, la litigata al lavoro… siamo persone, non automi.

Le corde, come tutto ciò che coinvolge più di una persona, sono relazioni, emozioni, non matematica.

Basta che mi guardi in faccia, se ieri ti ho concesso di sfilarmi gli slip davanti a venti persone, non vuol dire che oggi devo per forza permetterti anche solo di sollevarmi la gonna.

Certo, anche per me ci sono cose che sono “no”, e basta, e devo essere sicura che per chi mi lega quel “no” sia una cosa forte e chiara, altrimenti non riuscirò mai a fidarmi.

E’ successo che io abbia detto che una cosa non mi piaceva, l’altra persona probabilmente non aveva preso il mio “non mi piace” per quello che era, ed io sono arrivata quasi al punto di smettere di farmi legare, perché al pensiero che poteva non ascoltarmi, mi veniva ansia…

Così come è successo che nelle corde abbia fatto cose per le quali non ho mai dato il consenso, cose che se mi fossero state spiegate prima, non avrei mai accettato. eppure non le ho vissute come abuso: perché ero con una persona di cui ho fiducia cieca, e in ogni momento avrei potuto dire “basta”.

Non credo servano safeword nelle corde. Se sto legando io e la persona che lego mi dice no, seriamente, e il suo viso mi dice no, allora è no. Fine.

“No” è una delle parole più sottovalutate… “bastava che mi dicevi no”. Vorrei davvero che chi lega imparasse a guardare. e a parlare con le persone che lega, imparasse a conoscerle, a capirle. Lo so, ci vuole tempo, mentre ormai tutto deve essere veloce, deve essere fatto per apparire, e non per essere.

Così a volte il “no” non si dice perché non puoi rischiare di “perdere la faccia” come modella, che non accetta di tutto (e scusate, ma in questo caso la violazione del consenso è il minimo che ti tocca).

Ma a volte il “no” non si dice per paura, per non fare la figura della bacchettona, per non essere messe da parte in favore di una delle modelle di cui alla frase prima. e questa sono io, che dopo anni, sto imparando a poco a poco a dire di no. è la mia battaglia personale, imparare che un “no” non è una sconfitta, ma rispetto verso sé stesse.

Perché quando sei nelle corde, ci vuole poco a sentirsi violate, sporcate dalla persona che ti lega… una mano che indugia un attimo di troppo “sistemandoti” la corda tra le gambe, o che si allunga a sfiorarti il seno quando non serve. a volte anche una carezza sul viso, pochi si fermano a pensare a quanto sia realmente intimo e personale come gesto.

Che poi, banalmente, per dare il mio consenso ad ogni legatura, dovrei conoscere in anticipo ogni singolo gesto e passaggio di corda. Un po’ come vedere un film dopo che ti hanno spoilerato il finale…

Forse, più che il consenso, chi lega dovrebbe preoccuparsi di avere la consapevolezza che ha una persona con sé, una persona che gli (o le) sta donando due tra le cose più preziose al mondo, oltre alla propria libertà: il proprio tempo e la propria fiducia. due cose che, una volta perse, non tornano più indietro.

Sara