Chi mi conosce sa che non mi sono schierata mai per uno stile in particolare, basta che le persone leghino e si facciano legare divertendosi con consapevolezza dei propri limiti e in sicurezza. Il bondage per me è divertente, leggero, super erotico, in alcuni casi spettacolare, e me lo godo appieno.

Poi c’è il kinbaku.

Ho fortemente scelto di praticare lo stile di Riccardo Sergnese e Red Sabbath. Non perché sia uno stile duro – non sono masochista – né per il piacere di essere ammirata – anche perché ho un fisico che fa a pugni con l’estetica giapponese. Apprezzo il Giappone e quel mondo di riti, l’arte di trasformare un’abitudine in piacere, i segreti nascosti nei piccoli gesti. Ma non è questo. Io appartengo a questo stile perché ti porta ad esplorare i tuoi lati più oscuri. Ci sono persone, più di altre, che combattono quotidianamente con un tormento interiore.

Un rumore di fondo costante, che intralcia i passi.

Una nota stonata nella melodia della vita di ogni giorno. Qualcosa che ti divora energie. Non è depressione è qualcosa di innato e primordiale, a cui non so dare un nome. Una forza distruttiva che so essere in me fin dai miei primi ricordi all’asilo. E quando mi faccio legare in una sessione scendo in questa zona grigia e melmosa fatta non di pensieri ma di sensazioni ed emozioni potenti. Scoperchio il vaso di Pandora. A volte il varco che apro fa entrare aria e luce, ed è come tirare il fiato dopo averlo trattenuto a lungo sott’acqua. Altre volte è un buco nero e scavi ancora di più sotto la melma.

E sconvolge, come è successo Sabato. In entrambi i casi acquisisci una nuova visione anche se non sempre ti piace quello che vedi.

Il kinbaku è il mio viaggio personale verso l’accettazione e l’abbandono al mio demone interiore. A volte vorrei non dover combattere. Invidio chi è libero da questo peso. Ma visto che non posso scegliere, ho deciso di abbracciarlo in tutta la sua ferocia. E per farlo serve il giusto Caronte. Grazie Giuseppe.

Simona